La fine della sospensione di incredulità

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L’utente medio nel leggere il titolo di questo post.

Non saprei ancora dirlo se è arrivato prima Jimmy Fallon o YouTube. Va premesso che noi italiani stavolta partiamo decisamente avvantaggiati: l’intrattenimento televisivo nostrano ha sempre mostrato con un certo orgoglio la propria artificiosità, già dai primi minuti di trasmissione della Rai nel lontano 1954 (parlo delle trasmissioni regolari). Vedere un programma in TV dove vengono inquadrati anche tecnici e macchine da presa non è di certo una novità per noi, ed è un meccanismo che svela in maniera naïve e ironica la messa in scena televisiva, la sua finta immediatezza e frivolezza. Eppure la sospensione di incredulità è uno dei pilastri su cui si basa buona parte dell’intrattenimento mondano, dal cinema al teatro fino ai mezzi contemporanei come YouTube: se non ci credi non ti puoi immedesimare. Oppure non è più così?

Fake Laughs

Il format americano dei Tonight Show e affini è diventato celebre anche nella terra della pizza e del mandolino con David Letterman, ma è un format che negli USA vede decine di conduttori diversi interpretarlo con la propria cifra stilistica. Letterman era un campione della comicità nonsense e demenziale, figlio di un periodo televisivo, quello anni ’70, molto sovversivo e sperimentale, che cercava di superare i maestri un po’ imbalsamati della vecchia TV. Il momento più amato dagli spettatori  degli show serali erano gli sketch comici, recitati alla bell’e e meglio da attori hollywoodiani famosi e personaggi della radio e TV statunitense. Gli sketch del vecchio Late Night with David Letterman erano strutturati in maniera elementare: il palcoscenico veniva allestito come in un set per una comedy e in presa diretta venivano recitate delle brevi e semplici linee di dialogo comiche, proprio come in una sitcom. Poteva capitare delle volte che qualcuno dimenticasse una battuta o uscisse un attimo dal ruolo, ma in generale il primato era quello della scenetta e del dialogo comico. Oggi invece gli equilibri sono sostanzialmente cambiati.

Jimmy Fallon è l’erede della fascia oraria di un altro gigante dell’industria televisiva americana targata NBC: Jay Leno. Fallon in questo momento è uno dei conduttori più divisivi della storia del media negli Stati Uniti per svariati motivi, uno dei tanti proprio il suo volontario ignorare la sospensione di incredulità. Gli sketch del suo show presentano le stesse caratteristiche viste prima, ma l’aspetto recitativo sembra sempre molto improvvisato se non proprio tirato via. Il conduttore scoppia spesso a ridere durante gli sketch rompendo più volte una già fragilissima quarta parete, e il suo comportamento influenza anche quello dell’attore/personaggio che recita con lui, creando un clima di “genuina” ilarità per alcuni inebriante nella sua immediatezza, per altri incomprensibile nella sua poca professionalità. La risata di Fallon è stata analizzata dai media e nel web come neanche i capelli di Trump, cercando di carpirne i più sporchi segreti e ipocrisie. In realtà Fallon altro non è che un figlio dei suoi tempi, oppure un ottimo interprete di questi, sa che le nuove generazioni non sono interessate alla conduzione classica (Johnny Carson), né all’esasperazione della continua sperimentazione (David Letterman) o alla ambiguità artistica (Andy Kaufman – anche se non era un conduttore), lo show contemporaneo serale americano punta sempre di più ad una umanizzazione dei suoi conduttori, che sebbene siano ancora macchine da show-business (ballano, cantano, intrattengono, improvvisano, suonano, etc.) stanno diventando sempre più umani e “comuni”.

Ci si avvicina, ina maniera paradossale, al conduttore delineato da Eco nella sua Fenomenologia di Mike Buongiorno (Diario Minimo, 1961), per noi banale e vetusto, per gli statunitensi invece assolutamente inedito. In questa dimensione in cui viene a meno l’evento a favore della mondanità (altra caratteristica tipica della televisione italiana) il rapporto con la finzione si fa sempre più sottile, con continui tentativi di scavalcarlo. Eppure la TV non sembra essere il mezzo più adatto a questa rivoluzione dello sguardo, non quanto YouTube almeno.

YouTube sta svolgendo in modo del tutto inconsapevole per la sua dirigenza, un ruolo decisivo e rivoluzionario nel ribaltare la percezione umana dell’intrattenimento. Ragazzi da tutto il mondo, di qualsiasi estrazione sociale, seguono vlogger e creatori di contenuti (perlopiù anglofoni, ma non necessariamente di madrelingua inglese) che propongono da anni un modo nuovo di interpretare la sospensione di incredulità. In tali termini l’esperimento più radicale e provocatorio è stato portato avanti da un giovanissimo ragazzo mezzo australiano mezzo giapponese di nome George Miller.

It’s Filthy Frank, motherfucker!

Conosciuto anche come Joji, ma sopratutto col nome del suo alter-ego Filthy Frank, Miller nel 2008 ha esordito su YouTube proponendo vari tipi di intrattenimento, spesso e volentieri banali e semplici sketch o monologhi comici. Negli anni però il personaggio da lui creato, Filthy Frank (letteralmente “lo sporco Frank”, con sporco inteso a più livelli) è riuscito con uno sforzo veramente inaudito del suo autore e principale interprete a spostare ferocemente i confini dell’intrattenimento nativo sul web. Nemico giurato del politically correct, Filthy Frank rappresenta in modo a dir poco irriverente l’utente medio di internet, pronto a lanciarsi in folli crociate a difesa del suo passatismo mascherato come razionalismo. Il Filthy Frank Show è stato finora l’unico vero esperimento direzionato al superare le forme di intrattenimento televisive in maniera sistematica e progressiva. La costruzione meticolosa e chiaramente delirante di un universo narrativo espanso attorno alle vicende di Frank, il suo continuo rigurgitare (delle volte in senso letterale) i generi come nemmeno al Kevin Smith di Tusk era riuscito pienamente, lo ha portato a conquistarsi una fanbase estremamente variegata, capace di interpretare e di speculare sulla peculiare forma di narrazione e satira che propone. La regia stessa dei video è andata a impreziosirsi sempre di più negli anni, laddove prima constava di semplici campi e contro campi, è arrivata nel 2017 a produrre astratti video musicali che dialogano cripticamente con la lore (parola che sta ad indicare l’affastellamento stratificato di conoscenze di un gruppo di persone su un dato argomento).

Passando quindi da prodotti amatoriali fino a trip lisergici degni di Kenneth Anger, il Filthy Frank Show da pura parodia si è fatto fagocitare dall’estetica, trasportando i suoi iscritti e fruitori in un percorso che si fonda su un nuovo livello di intesa e interpretazioni del patto si sospensione di incredulità.

Al di fuori della cerchia generazionale di chi invece di leggere i giornali va su Reddit, e al posto del Varietà si guarda sul cellulare un video su YouTube, Filthy Frank esiste a mala pena, se non per il fenomeno dell’harlem shake scatenato qualche anno fa. A parte quella breve parentesi di notorietà, che poi spesso e volentieri non era indirizzata a lui che aveva creato il fenomeno, ma piuttosto alle celebrità classiche che lo interpretavano senza conoscerne l’origine, il fenomeno Filthy Frank è sempre rimasto limitato ad una cerchia generazionale molto definita, più o meno coincidente con quella dei millennials. Questo perché i contenuti del suo canale sono per molti o incomprensibili o estremi oltre la soglia del disgusto, facendolo passare per l’ennesimo freak da circo. La stessa piattaforma nativa, YouTube, ignora i suoi numeri da capogiro in quanto visualizzazioni, promuovendo contenuti adatti ad un pubblico generalista, epigoni dell’intrattenimento televisivo ma declinato verso una generazione più social e interattiva.

Fin qui si potrebbe asserire che comunque la dimensione del fenomeno è ridotta al canale YouTube, ma le cose non stanno più così. Uno dei personaggi interpretati da Miller, Pink Guy, è un rapper demenziale, e il suo secondo album del 2017 (“Pink Season”) ha sfondato su iTunes e ha toccato la 70° posizione su Billboard. In questo senso la dimensione di questi nuovi fenomeni è davvero aumentata.

Chi c’è dietro il Tubo

Molto raramente Miller è uscito fuori dal suo personaggio durante lo show, ma questo accade e non passa di certo inosservato al suo pubblico più attento e fidelizzato. In tal senso il patto di sospensione di incredulità quasi non esiste, essendo il pubblico perfettamente consapevole di chi sia Miller e che Filthy Frank è un personaggio grottesco partorito dalla sua immaginazione, le scenette non necessitano di immedesimazione da parte del fruitore, il quale ride anche per la consapevolezza della finzione, coniando una complicità molto più profonda e stratificata di quanto possa effettivamente apparire guardando uno dei suoi video a caso. Ma per chi è al di fuori della cerchia generazionale Y, si troverà di fronte ad un corto circuito dalle proporzioni del tutto inedite.

Nel 1954 nessuno dubitava che in TV quelli che recitavano fossero attori professionisti, e che i simpatici siparietti durante i varietà fossero solo a favore di camera. Il cinema aveva cominciato subito a dialogare con la sospensione di incredulità, sovvertendola più volte, fino ai giorni nostri in cui persino nel cinema mainstream si gioca con uno spettatore ormai smaliziato (pensate ai dialoghi in camera di Deadpool, film di Tim Miller del 2016), eppure la maggior parte delle persone, persino quelle che dovrebbero essere specializzate nel comprendere e raccontare questi fenomeni, come i giornalisti, non riescono che a scalfire la superficie del fenomeno youtubers.

Sono stati molti i creatori di contenuti attaccati da giornali e dall’opinione pubblica spesso a causa di un evidente gap generazionale, ma anche per manovre di grandi aziende che cercano in tutti i modi di acquisire maggior potere decisionale all’interno di piattaforme teoricamente libere come YouTube. La questione delle ripartizioni degli spazi pubblicitari (ridicolmente rinominata “Adpocalypse”), è esplosa definitivamente quando PewDiePie, un vlogger svedese, è stato tacciato di nazismo da parte del The Wall Street Journal. Chiaramente le agenzie pubblicitarie aspettavano al varco un’occasione del genere, così come ne aspettano di nuove per Facebook, Google e quant’altro. Il web è una zona ancora tutta da saccheggiare, e ad ogni restrizione di libertà creativa c’è spesso dietro anche la pressione di quei gruppi che gestiscono essenzialmente il vero business del web: gli adsense, le pubblicità. Senza la pubblicità per vedere un video su YouTube bisognerebbe pagare, proprio come per Netflix o altri servizi simili, ed essendo YouTube una azienda nota per essere gestita in modo poco competente, capite bene che l’unica cosa che gli resta è il primato sul mercato e la notorietà. Ma senza i soldi derivati dalle pubblicità YouTube morirebbe nell’arco di pochi mesi, superato da nuove più accattivanti piattaforme, sostenute dalle aziende che per ora fanno la fortuna del pulsantone rosso.

Inoltre c’è la questione che per YouTube gli youtubers siano in realtà un corpo estraneo e non voluto all’interno della piattaforma. YouTube contava di monopolizzare il mondo video nel web, non di crearne uno autonomo, e la piattaforma stessa ancora oggi sembra molto più improntata ad evolversi come contenitore di video-musicali, film, telefilm, spezzoni televisivi e forme ibride di infotainment (come BuzzFeed), che a lasciar progredire una comunità di video-maker e show autonomi. Non è un caso se YouTube premia i creatori di contenuti più in linea con il sacro mantra «piace a mamme, zie e papà» che Freak Antoni cantava in Cito Majakovskij e sogghigno (allora riferito con spregio alla musica rock-pop di Vasco Rossi), già da prima delle controversie scaturite dall’articolo del WSJ su PewDiePie YouTube ha sempre messo in prima linea video ad altissima fruibilità, senza accenni politici, violenti, ma sopratutto sostenuti dai migliori sponsor paganti.

Questioni di grammatiche

Non c’era mai stato prima un gap così abissale da colmare tra una generazione e quella precedente, internet ha creato una frattura linguistica imparagonabile persino all’avvento della stampa.

La questione PewDiePie nacque proprio da quel gap, che a questo punto non è semplicemente generazionale, ma investe questioni più complesse, tra cui una vera e propria nuova grammatica visiva e di intrattenimento. Il giornalista del WSJ non ha compreso niente dei video che aveva portato ad esempio della presunta affiliazione al pensiero nazista del giovane svedese, perché al di fuori di tutta una serie di riferimenti palesi al suo pubblico. Il linguaggio degli youtubers ha raggiunto in pochissimi anni una forma sempre più espansa e contaminata, in un gioco virtualmente infinto di rimandi a loro stessi, una meticolosa quanto anarchica costruzione di una sorta di mitologia, che si traduce persino in linguaggio attraverso l’uso delle poop.

Per chi non le conoscesse le poop, ovvero le “cacche”, sono semplici pastiche audio-visivi, in cui l’autore prende spezzoni di video dal Tubo e li assembla con fini spesso dissacratori. Ma l’umorismo delle migliori poop non sta nel costruire una storia verosimile con personaggi tagliati e schiaffati su un fondale, ma nel riuscire a far scaturire l’ilarità attraverso il citazionismo e il rimandare a quell’universo espanso di significati costruiti dalla community assieme ai creatori. Per cui guardando una poop si potrebbe assistere ad un breve spezzone in cui l’azione in sé non è esplicativa di alcun ché, ma per chi conosce il contesto originale di quello spezzone (cioè il video a cui fa riferimento) avrà tramite il riconoscimento una serie di informazioni molto più complesse che andranno a costituire il contesto su cui quello spezzone dialogherà con gli altri presenti nella poop. Ne parlava Aristotele nella Poetica del piacere nel riconoscimento, come forma non verbale di complicità tra l’autore e il fruitore.

Tornando al Filthy Frank Show si può asserire senza alcun dubbio che è stato proprio questo lo show che ha meglio sfruttato il riconoscimento e le grammatiche espanse del web, costruendo una propria mitologia, una propria storyline espansa, e una peculiare forma di comicità e di intrattenimento. Il dialogo e la complicità tra autore e fruitore diventa simile ad una simbiosi, leggere i commenti sotto un video di Filthy Frank può essere una esperienza estraniante quasi quanto il video stesso. Improponibile televisivamente, nascosto dalla stessa piattaforma che lo ospita, sovversivo e politicamente scorretto, il Filthy Frank Show ha cambiato in modo indelebile (per chi lo ha seguito) la percezione di cosa dovrebbe essere l’intrattenimento sul web, e di come la sospensione di incredulità viva di una nuova e più intima complicità, fondata non sul rispetto di certe grammatiche predefinite (come in TV o al cinema) ma sul continuo spostare i confini di esse, ampliando sempre di più la propria influenza e contaminazione.

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Una definizione di teatro mentre sto cenando alle 00:39

Il teatro è l’arte che più si avvicina alla vita, ma non nella sua rappresentazione o evocazione, quanto nella sua transitorietà. Puoi filmare uno spettacolo, ma non emergeranno le medesime sensazioni di quando stavi guardando seduto in mezzo al pubblico, piuttosto sarà come rivedere i filmati di natali passati, o di feste di compleanno o anniversari, rivedrai quei volti sorridenti, rivedrai quella persona con cui ormai non ti senti più, quello zio che è morto e con cui non ci hai mai scambiato più di due parole, quella casa, quegli oggetti, che magari sono sempre lì, ma che non hanno più gli stessi colori, gli stessi odori, le stesse emozioni. Il teatro è tale perché accade, e proprio come la vita accade una volta sola.

Peccato non abbiate potuto ascoltarmi mentre la declamavo con mezzo panino al tonno in bocca, vestito con la sola maglietta di Spongebob e i boxer. Un Virgilio moderno, oltre che un adone.


Il terrore della vita secondo Werner Herzog

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La Ballata di Stroszek non parla dell’umanità, parla di quelle persone che non trovano un senso nella loro esistenza. È molto, molto, molto diverso.

Ed è diverso perché molti si cuciono una pelle addosso, quella del fallito, del depresso, ma se li guardi bene noterai senz’altro le unghia pulite di chi, il fondo, non l’ha mai neanche visto. Sentirsi persi, inutili, non riuscire a distinguere un giorno dall’altro, perdere la cognizione del tempo e dei sentimenti, diventare sempre più apatici, desiderando segretamente di ritrovare l’ardore per la vita.

Herzog, da immenso regista quale egli è, non ha bisogno di scervellarsi per scrivere un storia, lui guarda la realtà come la guarderebbe attraverso la cinepresa, e attende che la vita gli fornisca una storia. E infatti fu così che conobbe Bruno S., un essere umano senza meta, guardando un documentario su questo relitto a due zampe. Cosa scattò nella mente di Herzog non lo possiamo sapere, probabilmente aveva già visto tutto, aveva compreso che nel suo cinema non c’era nessuno che potesse davvero interpretare quella disperazione se non la sua personificazione.

È la tendenza alla documentaristica la cifra stilistica di Herzog, che non è da scambiarsi con una banale “cinema verità”, perché se è vero che ha scelto Bruno S. anche perché non era un attore, lo ha fatto considerando che nella sua condizione altro non poteva essere che una marionetta in suo potere, un veicolo di poesia inestimabile, e per questo inimitabile.

Dopo averlo svezzato in L’Enigma di Kaspar Hauser nel ’74, scrisse nel 1977 una sceneggiatura che lo rappresentava totalmente, e dopo solo quattro giorni di lavoro La Ballata di Stroszek era pronto per essere girato.

Quante stronzate si leggono su internet. Un film anti-americano, dicono, un film sui poteri forti, sostengono, un film sulla depressione, ma la depressione è solo l’effetto, mentre questo film invece prende in esame la causa.

Stroszek durante l’intera durata della pellicola non fa nulla, subisce la vita e se ne lamenta, incapace di reagire in alcun modo. Non c’è vizio o pigrizia nella sua esistenza, solo ineluttabilità. La musica, è quella secondo lui la sua unica ancora di conforto, ed infatti suona, e suona bene, ma anche le sue sonate al pianoforte o le canzoni d’amore con la fisarmonica sono inutili, e non bastano a riempire il vuoto.

Quello lo fa Eva, il suo amore, una prostituta, ma Stroszek dipende troppo da lei, e non solo emotivamente, per cui ogni volta che lei molla la presa (perché, ricordo a voi lettori, che a nessuno dovrebbe toccare l’onere di sostenere la vita altrui oltre che la propria) ecco che Stroszek ricade in quell’abisso imperscrutabile.

Ad inizio film esce di prigione a Berlino, c’è stato per ben due anni, ma per lui è difficile lasciare quella vita, che nella perfetta definizione di ogni giorno riusciva a donargli la serenità. Ecco forse un punto sul quale quasi nessuno si sofferma, ovvero la tristezza con cui Stroszek lascia la sua cella e i suoi compagni che mai più rivedrà. Qua esce fuori tutto il lato “kierkegaardiano” della sua personalità, l’angoscia della scelta lo immobilizza ogni giorno della sua dannata esistenza, e la dimensione della monotonia, per quanto banale possa essere, è l’unica via d’uscita dalla disperazione, l’altra è il perdere la cognizione di se stessi tramite l’abuso di alcol.

Non è infatti un caso se l’altro momento in cui Stroszek riesce a trovarsi in una situazione di precario equilibrio è quando si trasferisce in America, e comincia una nuova routine, stavolta in un prefabbricato, e qui sì che Herzog ci va giù pesante con gli USA, perché come poi spiegherà nella sequenza finale (con gli animali costretti a “suonare” degli strumenti chiusi in delle bellissime gabbie), non c’è alcuna differenza tra la prigione di Berlino e il prefabbricato americano.

La sequenza chiave è, ovviamente, quando Stroszek ed Eva litigano perché lei lo ha costretto a dormire su un altro letto. Lei glielo dice in faccia «Ascoltami ti prego… senti, ho bisogno di stare sola qualche volta…», ma lui non può capire.

Ma è poco prima di questa scena che Bruno ha proferito una frase particolarmente esplicativa sul destino del suo personaggio «Chi lo sa che cosa mi riserva il futuro, il carcere è sempre aperto», il futuro visto come una tragedia preannunciata, il carcere come un lido sicuro.

Naturalmente ognuno ha il suo carcere, questo non va spiegato. Può essere l’alcol, come la droga, non è importante.

Il film si conclude con il suicidio di Stroszek su una funivia accesa senza alcun motivo apparente, come la sua nascita, avvenuta senza motivo e senza scopo. Herzog documenta, ma non senza dimenticare il cinema (l’inquadratura stretta di Berlino, opprimente come l’ambiente che circonda Bruno, e poi quelle inquadrature larghissime di un’America che promette tanto, ma non regala niente).

Film così sono un patrimonio culturale davvero inestimabile. Ed invece perdiamo tempo a bisticciare perché la Torcia Umana nel film dei Fantastici 4 è interpretata da un ragazzo di colore…


I ventilatori sono il male (parte 1)

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Sapete qual’è la differenza tra un’estate in Sicilia e una in Toscana? L’escursione termica.

A Palermo a Luglio ti alzi che ci sono 40 gradi, vai a mare sotto 41 gradi, pranzi che sono 42, se tutto va bene non si superano i 42 per tutto il pomeriggio (il che viene salutato come “oggi fa più fresco!”), 41 verso le sei e mezza, 40 dopo cena e per tutta la notte. Un termometro più inflessibile del Giudizio Universale.

Qua a San Francesco, comune di Pelago, ti alzi che sono 30, ti fai una passeggiata in collina che sotto il sole sono già 36, ma all’ombra anche un freddissimo 29, a pranzo arrivano i 40, il pomeriggio anche 45, per cui ti chiudi in casa col ventilatore in faccia, verso le sei e mezza sono 39, a cena 30, dopo aver mangiato via di birra che sono 25. All’una so 20, e ti chiedi come cazzo è possibile che vai a letto con la coperta e ti svegli in piena Amazzonia.

Poi c’è sempre il placebo, il ventilatore. Io non li sopporto, sul serio, e difatti ne ho uno enorme piantato sul soffitto, che gira gira gira, producendo un rumore che va dall’assordante alla bestemmia senza passare per il Via. E rinfresca? Macché, è come stare a mollo in un minestrone bollente mentre qualcuno da qualche passata di mestolo. Tutto qui.

Eppure a me il caldo piace. E sono uno che suda parecchio, anche più del normale. E non ci posso stare sotto il sole, che sennò mi scambiano per un cosplayer di Mr. Krab. Però mi piace. Perché direte voi? Perché la gente si fa i cazzi suoi.

Quando il caldo diventa asfissiante, anche la persona più petulante e indisponente se ne sta zitta a boccheggiare, non c’è nessuno per strada a imprecare, in casa le persone non si muovono da una stanza all’altra freneticamente, piuttosto trovano il loro posticino vicino al ventilatore meno scassato e fanno le loro cose in quel centimetro quadro. La pace.

Per me estate è sinonimo di silenzio.

Di solito per la gente è sinonimo di due cose: bordello (nell’accezione di discoteca all’aperto, notti alcoliche, sveglia tardi, cazzeggio spinto) o suicidio (noia mortale, nessuno stimolo, amici stronzi in vacanza in Germania in un hotel a 4 stelle, il tutto unito all’inutilità di ricevere mazzi nuovi vincendo per inerzia su Hearthstone, che tanto fai cagà uguale).

Comunque sia i ventilatori fanno schifo.

Vi lascio con un po’ di musica dall’alto tasso intellettualoide:


Colonizzazione e biscotti alla salvia

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Abbisogna stemperare gli animi in questo blog.

I pochi che mi seguono da tempo sanno quanta fatica io ci abbia messo a far sì che questo blog rimanesse per le sue, per cui la shit storm micidiale che mi ha travolto giusto dieci giorni fa non solo mi ha colto di sorpresa, ma mi ha anche fatto ricordare di avere un blog personale!

Ellamadò, ho già scritto un paio di “blog” di troppo. Vabbè, tanto è il mio blog, ci farò quello che mi pare. Nel mio blog.

Comunque sia, prima che parta con le mie solite divagazioni sull’Universo e i biscotti alla salvia, quello che mi promettevo di fare con questo post era di stemperare gli animi. Come? Ecchennesò, praticamente ho deciso di farlo mentre scrivevo il primo rigo, sto scrivendo anche adesso e non riesco a concentrarmi.

Aspettate un secondo, ok, mi fermo un secondo per pensare.

Eccomi. So che dovevo pensare ad un modo carino per stemperare gli animi, ma in realtà sono fuggito in cucina a rubare un po’ di granita. Sì, sono le due di notte. E sto impiastricciando la tastiera di limone e zucchero. Di nuovo.

Avete mai letto Buon compleanno Malcom? No? Beh, è carino, leggetevelo. Che dite? No, davvero, non volevo dire altro, è che mi è saltato all’occhio adesso, e sono troppo concentrato sulla granita per collegare quello che scrivo ad un pensiero logico. Ah, lo sapete qual’è un romanzo che dovete DAVVERO leggere? La Macchia Umana, di Philip Roth.

Roth pesta come un bulldozer, con c’è che dire, dovreste comprarlo anche solo per la prima parte, dove riesce indirettamente a dare uno stracciato d’America clamoroso, c’è tutto, il puritanesimo, l’onore, l’orgoglio, l’imbarazzo, l’ipocrisia, e come poi sviluppa tutte queste direttive sulla vicenda di tale Coleman Silk è da applausi a scena aperta. L’ho riletto di recente, ma adesso sono passato a Silverberg.

Erano anni che non leggevo qualcosa di Silverberg, ho trovato su qualche asta online un suo romanzo a due euro e l’ho preso al volo. The Seed of Earth (1962) non è di certo il suo romanzo più riuscito, però c’è sempre quella classe da Silver Age della Fantascienza che oggi ci manca tanto. Una critica feroce al Maccartismo in una società distorta dove si spediscono le persone su pianeti disabitati per espandere il dominio umano fino ai recessi dell’Universo stesso. Il tutto spesso risulta difficile da prendere sul serio, sopratutto quando Silverberg tira fuori il vado di Pandora sessista della sua generazione (le donne spedite nei pianeti disabitati sono costrette a cuccarsi l’uomo che le ha scelte, spesso trepidanti di diventare mogli a sedici anni), ma va contestualizzato nella sua epoca. Straordinarie invece le interazioni e i dialoghi, non è mai stato Asimov il vecchio S, ma gli si avvicinava più di quanto sembrasse allora.

Un consiglio culinario allucinante? Provate dei biscotti fatti in casa (aromatizzati alla salvia) e formaggio Brie. Il dolce definitivo. Non sapete ancora cosa sia la felicità, credetemi.

Beh, ora è tardi anche per me *disse, mentre spostava il puntatore sull’icona di DOOM 3* per cui vi lascio alle gioie dell’internet.

Buona notte.


L’ignoranza è di casa a Palermo

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Hermann Nitsch, “Testa di Edipo”, 1990

Che la città dove sono nato non fosse perfetta l’ho sempre saputo, ma questo non mi ha mai dissuaso dall’amarla, anche se ormai, da quasi vent’anni, vivo sotto l’ombra della Cupola del Brunelleschi. Col tempo però, proprio come l’inesorabile patina dei secoli su un affresco, che ne addolcisce i colori fino a farli scomparire, anche il mio irrazionale amore è venuto a meno o quantomeno adesso è sbiadito.

La gente a Palermo è vittima di un loop esistenziale: le cose vanno male – tanto non c’è modo di cambiarle. Non so se è un difetto di programmazione, ma di sicuro è un difetto. A tutto questo bisogna aggiungere che gran parte della popolazione è culturalmente inadeguata ad affrontare questa situazione, se è colpa delle scuole, degli insegnati o dei bidelli non so, ma così è.

Non è di certo un caso dunque se personaggi della misera risma di Antonio Leto trovino terreno fertile nella città un tempo dei fenici, ora dell’immondizia.

Di chi stiamo parlando dunque? Beh, questo Leto ha lanciato una petizione online di grande successo su un sito dal nome quantomeno sintomatico: change.org. In questo sito si sono raggiunti obiettivi importanti, come la celebre campagna di Salvatore Usala, un malato di Sla che grazie alla spinta mediatica delle miriadi di sottoscrizione sul sito, si è visto stanziare fondi persino dal Governo. Peccato che nel 90% dei casi il sito venga usato per campagne di un’idiozia cosmica, un po’ come la dashboard Twitter di Gasparri, e una di queste è senzadubbioalcuno quella di Mr.Leto:

FireShot Capture - Petizione · Cancellate la mostra di Her_ - https___www.change.org_p_cancellate-

Già, si parla della cara e vecchia censura, perpetuata contro un artista di caratura mondiale, che ha fatto la storia dell’arte contemporanea.

Non so se tutti conoscete Hermann Nitsch, maestro indiscusso  della Body Art, un fenomeno nato verso metà degli anni ’70, figlio della Land Art (principalmente americana, ma tra i grandi esponenti c’è anche un certo Burri) e di Fluxus, che tramite l’uso del corpo tentò, riuscendoci, di distruggere il binomio artista-opera d’arte, dimostrando al mondo quanto fragili fossero questi confini.

La questione verte tutta sugli animali, di cui Nitsch utilizza le carcasse per le sue Azioni. Infatti Leto, dopo aver spiegato questo controverso particolare, cita il manuale del bravo animalista:

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Bastava mettere l’unico punto inerente alla questione, ovvero “L’animale morto deve essere trattato con rispetto”, ma come dicevano i latini melius est abundare quam deficere, o come dicono in quel di Prato: poggio e buca fa pari.

Ma il top è nell’esortazione finale:

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Ellamadonna. Non c’hai proprio capito un bel cazzo, non c’è che dire.

Partiamo contestualizzando l’opera di Hermann Nitsch e poi rispondiamo alle accuse di Leto.

Hermann Nitsch nasce nel 1938 in quel di Vienna, muovendo i suoi primi passi nell’arte verso l’informale. Ed è stato proprio sperimentando sulle sue tele che cominciò ad utilizzare il sangue di animali morti, prima nei suoi dipinti e poi su se stesso (cioè, ‘sto tipo si fece crocifiggere e cospargere di sangue di agnello su tutto il corpo, non proprio il classico studente dell’Accademia chiuso in bagno a fumare canne e a impostare il suo Deck di Magic).

Negli anni ’50 comincia a ideare il Teatro delle orge e dei misteri (che deriva in parte dall’esperienza del Teatro Indipendente di Kantor), un chiaro riferimento ai miti misterici e alla tradizione mediterranea.

Ma è negli anni ’60 che sconvolge realmente il mondo dell’arte, con la fondazione del Wiener Aktionismus (Azionismo Viennese), collettivo di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale, ovviamente), raggiungibile secondo il collettivo tramite l’uso dell’Azione. Eccoci dunque di fronte alla parola più importante per Nitsch: Azione, da non confondersi con Gesto. Perché è gestuale il dripping di Pollock, come anche le performances di Gina Pane, ma l’Azione è un’altra cosa, ed è strettamente legata al teatro.

Come ci insegna Aristotele il teatro altro non è che imitare persone in azione, ed è proprio quello che fa Nitsch, ma decontestualizzandolo dal palco e producendo delle mise-en-scène che possono durare anche diverse giornate. Ed è infatti impossibile comprendere a pieno l’arte di Nitsch se non si conosce il teatro di Antonin Artaud, come anche il pensiero di Wittgenstein e di Jaspers, o i dipinti di Kokoschka e la musica di Wagner. Ma la stratificazione inconscia dell’opera di Nitsch, che impone un certo bagaglio culturale per essere apprezzata a pieno, è da coniugare ai tanti topoi simbolici propri dell’artista che chiariscono il significato delle sue Azioni.

Se consideriamo i grandi della Body Art, ovvero la già citata Gina Pane, Ay-O, Marina Abramović, Vito Acconci, Chris Burden e via dicendo, quello che stupisce del collettivo Wiener Aktionismus è la capacità di fare davvero dell’opera d’arte totale, abbattendo il muro tra opera d’arte e fruitore una volta per tutte, facendolo immergere nell’incertezza del contemporaneo.

Nitsch è un artista controverso certamente, anche per la sua componente sacrale. Non solo i riferimenti alla croce, ma ai riti, ai misteri, la sua arte tocca l’ancestrale per spiegare l’oggi. La sua opera, proprio come il teatro aristotelico, vuole raggiungere la catarsi, ma ad un livello successivo. Come ce la descrive lo stesso Nitsch «un’arte intesa esistenzialmente, come conseguenza della moltitudine di esperimenti che richiede, che avanza sui binari di sacrifici religiosi, al fine di liberare l’umanità dai suoi istinti bestiali.»

Per quanto brutalmente sintetico spero abbiate compreso la portata che una mostra su Nitsch ha su chi ne fruisce.

Torniamo alle esortazioni di Leto, discutendone una ad una.

NO all’esibizione della violenza in una città come Palermo

Perché, che ha Palermo? Non è forse una città violenta? E non è forse tramite l’arte che tutte le popolazioni del mondo hanno decritto la violenza, per spiegarla e al tempo stesso come funzione propedeutica? E poi questa è arte, non violenza. Chris Burden si è sparato ad un braccio, Nitsch invece non fa male a nessuno, tranne ai bigotti e ai bifolchi.

NO agli “Artisti” creatori degli stessi mali su cui vogliono far riflettere

Prima di tutto togli quel virgolettato, frutto solo dell’ignoranza di chi, invece di studiare la storia dell’arte, fomenta pigri click su una piattaforma online. Nitsch non ammazza nessuno, né trucida animali, ne prende le carcasse e gli organi per elevarli oltre la loro funzione. Non c’è niente su cui riflettere su un fegato di capra in sé.

SÌ agli Artisti che documentano la realtà della violenza senza procurane ulteriormente

Aridaje, non si fa male nessuno qui, al massimo ti puoi prendere una storta mentre sali le scale della mostra. Se poi eri rimasto a Bacon e Kokoschka sono problemi tuoi, l’arte, proprio come il tempo, va avanti inesorabilmente.

SÌ agli Artisti che creano la bellezza perché il bene genera bene

Quanta ignoranza portata come un vessillo c’è in quest’ultima frase? Credi davvero che le terribili crocifissioni del Dürer fossero “belle”? L’arte ha rappresentato la guerra, gli stupri, genocidi, spesso necessariamente tramite il brutto. Cazzo, Eco c’ha scritto un intero saggio sopra. Il mondo non è rose e fiori, ma non si può nemmeno ridurre la discussione su “bello” e “brutto” quando si parla di artisti universali come Nitsch, Picasso, Bacon e via dicendo, che sono al di sopra di queste banali diatribe, e molto ben al di sopra di queste frasi da Baci Perugina.

Cosa sono se non istinti bestiali quelli che portano persone come Antonio Leto a considerare solo la superficie del discorso artistico, la sua forma apparente. Istinti bestiali che allontano l’umanità dallo scoprire quanto non è strettamente necessario per sopravvivere. Istinti bestiali che rendono Palermo la città che è adesso, incapace di guardarsi dentro e di scoprire il suo abisso.


P.S.: Giuro che il primo che mi scrive «Ma queste cose non succedono solo a Palermo!» gli intaso il PC di malware. Cos’è, adesso Palermo è al livello di civiltà delle altre città italiane, per cui possiamo fare il discorso “ma anche qui, qui e qua”? Questa non è la classica manifestazione bigotta contro un spettacolo teatrale blasfemo, questa è una petizione online partita dal basso che sta riscuotendo un successo notevole, la gente è davvero convinta di quello fa. Cerchiamo di non prenderci in giro, per favore.


Donne: regole generali

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  • Una donna che flirta con te non vuole necessariamente scopare.
  • Una donna che che beve e fuma con te non vuole necessariamente scopare.
  • Una donna che ti bacia non vuole necessariamente scopare.
  • Una donna incosciente non vuole necessariamente scopare (non è così banale come sembra, leggetevi i commenti a questo post!).

È incredibile come nel 2015 ci sia ancora una maggioranza di possessori di pene che non abbiano ancora compreso che donna ≠ oggetto. Nella gran parte dei casi non sono le donne a “mandare dei chiari messaggi sessuali”, ma gli uomini a non capire un cazzo, o a ragionare solo con quello.


Vince la Ferrari e la gente impazzisce (Internet è il male, parte 1)

(Prima della questione vera e propria faccio un breve preludio, so che la cosa vi ammolla il barbagianni, ma è nel contratto di blogger fare preludi su qualsiasi argomento, portate pazienza)

Seguo la Formula 1 da quando ho sei anni, ora ne ho 25, per cui è solamente da una quindicina d’anni che ci capisco qualcosa. Niente di spontaneo, sia chiaro, la mia è una passione che è stata inculcata con la tortura fisica e psicologica da parte di mio padre negli anni della mia infanzia.

Sebbene abbia guardato più è più volte le videocassette dei Gran Premi dal 1986, e conosca a memoria tutti i piloti che hanno gareggiato in Formula 1 da allora, sono sempre stato estraneo a tutte le polemiche legate popolarmente alla F1.

Qualche esempio:

Oggi ci sono meno sorpassi di un tempo, quindi la F1 fa cagare.

Sì, e tra un sorpasso e l’altro ci restavano secchi tre o quattro piloti l’anno. Nessuno aspettava con più ansia l’inizio di un Gran Premio dei dipendenti delle pompe funebri.

Senza gli aiuti elettronici i piloti erano più bravi, ora sono pigri.

Senza gli aiuti elettronici i piloti erano più morti, ora sono modestamente vivi. Senza contare che le auto sono molto più prestanti, ma vabbè, questo sembra non freghi a nessuno (eppure si parla di corse, mica di poker).

Comunque sia da bravo tifoso Ferrari ho sempre avuto poco da lamentarmi, dato che sono nato in un’epoca d’oro, crescendo con una Rossa che stravinceva un campionato dopo l’altro, cosa che, ci tengo subito a precisare, non è MAI stata la norma prima. Ok? Bene.

Dopo qualche anno di purgatorio ecco Sebastian Vettel riportare la nostra amata monoposto sul gradino più alto. A fine gara avevo le lacrime agli occhi, pur sapendo che questo Campionato non è poi così tanto aperto come gli ottimisti dicono, a meno che la Ferrari non s’inventa un modo per infilare un razzo a propulsione nucleare nella macchina, ero contento e volevo esprimere la mia contentezza su internet. Solo due parole: che – idiota.

Dopo pochi minuti dallo champagne in Malesia la gente era già impazzita. Tutti a commentare la vicenda come se fosse una boutade di Grillo o un articolo di Sallusti, infilando la politica in ogni dove, e mostrando una vergognosa ignoranza tecnica sullo sport che, a loro dire, amano alla follia.

Ecco le discussioni più scottanti dopo la vittoria di Vettel:

Marchionne vs Montezemolo

Sergio Marchionne fino a l’altro ieri lo odiava tutta Italia, ora lo idolatrano manco fosse Sasha Grey. «Su di lui mi sono sbagliato, aveva ragione» ellapeppa, un’ammissione di colpa sul web, rara come gli smeraldi in Minecraft «Forse avevo torto su tutto, adesso voto pure Renzi» ‘sti cazzi, senza neanche imporre le mani: Marchionne telematurgo «Montezemolo sei una merda» vai.

Non voglio farla lunga, per cui ecco qua una domanda semplice semplice: conoscete per caso qualche presidente che in F1 negli ultimi trent’anni abbia vinto più di Montezemolo? Ah no? Capisco.

In uno sport dove la concorrenza ogni anno si sbatte mettendo miliardi in mano a team di super-professionisti ci sta di perdere. Anche tanto e male. La Ferrari lo ha fatto per SECOLI prima di Montezemolo. Purtroppo alcune scelte sciagurate hanno fatto tracollare la Ferrari negli ultimi tempi, anche se, e questo vorrei ricordarlo, abbiamo sfiorato più e più volte il titolo piloti. Tra una Brawn GP con poteri cosmici donati da Galactus in persona, una Red Bull che oltre a metterti le ali ti infilava anche una scopa nel culo, Glock che si fa tappezziere per Hamilton in Brasile e una Mercedes che ha più cavalli di una gara clandestina a Catania ci stava di uscirne a mani vuote. Ci stava eccome.

Chi in questi giorni crede che sia tutta colpa di Montezemolo se non abbiamo vinto un tubo negli ultimi anni è un discreto imbecille, e forse segue la F1 da poco tempo. Una monoposto è figlia di tanti fattori, sicuramente un’errore del Presidente è stato dare la guida strategica ad un Domenicali troppo preciso e poco flessibile nel leggere la gara, ma da qui a dire che è un’incapace ce ne stanno di gironi dell’Inferno.

Marchionne sembra aver messo sù un buon team, ma siamo ancora alla seconda gara del campionato, virtualmente potremmo ancora perderle tutte da qui fino alla fine. Incrociamo le dita e vediamo come va.

La vittoria della Ferrari è uno spot a Jobs Act

Drogatevi meno. Oppure meglio, fate voi.

È lo stesso sillogismo per cui se uno tifa Milan e il Milan vince la Champions allora i tifosi votano Berlusconi. Se sono questi gli elettori italiani allora ci meritiamo la peggiore di tutte le dittature. Ma la cosa bella è che in questo caso la questione è ancora più contorta, perché se Berlusconi è effettivamente presidente del Milan, Marchionne non è PdC e non è Renzi. Capisco che i due siano affiatati, ma per leggere una vittoria della Ferrari come uno spot per il Governo ci vuole davvero tanta fantasia. Godetevi lo sport, cazzo.

La Ferrari ha vinto solo perché la Mercedes ha cannato la strategia di gara

Vero, e vi dirò una cosa che vi sconvolgerà: si vincono e si perdono campionati sulle scelte dei pit stop nel corso della gara. È la Formula 1.

Come si fa a gioire se il pilota è un tedesco?

Complimenti per il razzismo, è quella nota di colore che dà alla disquisizione un tono profondo ma al tempo stesso brillante e mai tedioso.

Vettel è un pilota di merda

Forse, e dico forse, sarebbe il caso che tu passassi al cricket o ad un altro sport. Magari al calcio a cinque, quello non dovrebbe essere tanto difficile per te. Forse.

Vettel è mejo di Gesù

Vettel è un buon pilota, assieme a Hamilton, Alonso e Raikkonen rappresenta il meglio della Formula 1 contemporanea.

Non è rimasto nulla in questa Ferrari di italiano

Ho un ordine di 20.000 “chissenefrega” in cartongesso per lei, per ritirarli può firmare qui, qui e qui.

La Ferrari adesso è favorita

Ahahahahahahahahahah!

La Ferrari adesso è al livello delle Mercedes

No, però siamo più vicini del previsto. Forse se riusciamo a limitare i danni per le prossime gare e presentiamo un motore più competitivo potremmo giocarcela, ma non credo ci siano le premesse per sperarci. Detto questo bisogna continuare a mantenere altissima la concentrazione, in modo tale da avere per il prossimo anno una monoposto che cammini sulle acque.

Ora che ho chiarito le mie antipatie per il tifoso medio del web vorrei puntualizzare due o tre cose prima che qualcuno venga a polemizzare nei commenti.

1. La F1 non interessa più.

Verissimo. I regolamenti da videogioco (parlo delle qualifiche, della gestione gomme-motori e dei pit stop) e le strane interpretazioni dei giudici di gara stanno ammazzando questo sport, senza contare le situazioni imbarazzanti che si vengono a creare per rispettare i palinsesti televisivi. È normale che in uno sport del genere girino montagne di soldi, ma non c’è bisogno di vendersi il culo a Satana. Comunque sia finché Ecclestone non capirà che bisogna mettere prima lo sport e poi tutto il resto il pubblico è destinato a diminuire.

2. Le monoposto ecologiche

A me sta menata del fa diventare la F1 uno sport ecologico mi sta sulle balle. Cioè, in che universo parallelo un campionato di F1 inquina più di tutto il resto? Cazzo, è solo un fottuto campionato. Uno potrebbe dire «eh, ma con l’incredibile impatto mediatico che ha la F1 è giusto che diano il buon esempio» bella merda, ma se fanno un campionato tutto love&peace, fiori rosa fiori di pesco e stronzate varie, cosa cambia se i maggiori produttori di automobili continuano a puntare sul petrolio, che gli assicura tanti dindi e meno spese? Prima cambiamo il mercato delle automobili, POI rivediamo in una nuova ottica la F1. Che palle.

3. Ci girano troppi soldi

Mah. Ricordo a tutti che quelle macchinine colorate sono il frutto di continua sperimentazione, pura avanguardia meccanica, e che il tipo che ci siede dentro sfida la sorte ad ogni curva, sebbene ci siano mille e più di mille accorgimenti. Più che altro è come i capoccia li gestiscono, facendo girare le macchinine in paesi del cazzo solo perché gli emirati gli riempiono le mutante di soldi e fregna, giusto per dirne una.

Beh, che dire: vaffanculo. Ma godervi la vittoria no, eh?


Mamma mamma l’arte contemporanea fa schifo!

Ancora una volta il moderatore del Fatto Quotidiano mi ha rimosso un commento, e stavolta ho bisogno del VOSTRO aiuto per capire il PERCHÈ. Il post che vi linko amabilmente qui è di Fausto Corvino, il tema è il trasporto gratuito a servizio dell’arte. Il mio commento ve lo copio-incollo con qualche aggiunta [in verde] per renderlo più scorrevole nel contesto del mio blog, quindi un tocco qui e un tocco là e voilà, les post est servi!

«Ma col trasporto gratuito si incentivano le persone ad usufruire dei musei o delle offerte culturali anche più lontane da casa propria?»

No. Ma che domanda è, poi?

Oggi, in Italia, né gli adulti né i ggiovani sono interessati alla cultura, di alcun genere, è difficile persino riempire un pub per un concerto rock locale, figuriamoci una mostra di Masaccio o di Thomas Demand. Il primo schiaffo lo dà la nostra cara scuola pubblica, che non educa ad una visione critica dell’arte ma didascalica, fatta di date e nomi, mai accurata, mai approfondita (con la scusa delle poche ore a disposizione si spiattella nell’arco dell’anno decine di movimenti artistici senza approfondirne uno, magari concentrarsi solo su pochi ma sviluppandone un discorso critico attorno sarebbe preferibile).

Però non si può toccare l’istruzione pubblica in Italia, è perfetta, non ha problemi, va tutto bene (come il resto d’altronde). Sì è vero, sempre più ragazzi non sanno fare nemmeno una divisione a due cifre, è vero, molti di loro non saprebbero dare nemmeno le indicazioni per un bar in inglese, già, non sanno collocare nel tempo Dante, Walter Scott, Conrad, però sono tutti ottimi opinionisti su Facebook.

L’arte contemporanea in Italia è un tabù, non importa il genere, che sia musicale, pittorica, letteraria, ma anche nell’animazione, nel fumetto, è off-limit. La cosa bella è che molti si ostinano a snobbare il contemporaneo per una serie di motivi più o meno imbecilli (è volgare, non è vera arte, lo saprei fare anch’io) proprio perché non avendo mai sviluppato un apparato critico non sono disposti a studiare per acquisire una chiave di lettura, vogliono tutto subito, un’arte senza sforzi, come una tag su un muro (o meglio ancora del rassicurante figurativismo). Ancor più divertente quando i suddetti di fronte ad un Piero della Francesca riescano solamente a cogliere il dato tecnico, e mai il sottotesto o le iconografie, ma di fronte ad un essere umano in costume ben realizzato si sentono più al sicuro che in mezzo ad una mucca tagliata in due.

«Ma allora, supponente blogger dei miei stivali, qual’è la tua soluzione?»

Sinceramente? Non ne ho idea, e aspetto suggerimenti.