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Filosofia Qualità Scienza

Un problema filosofico chiamato “causalità”

Secondo Jonathan B. Marder l’idea di causalità nacque per esigenze scientifiche:

«gli scienziati cominciarono a vedere gli schemi evolutivi come riflesso di forze fisiche invisibili che regolano il cambiamento. Questa idea si sviluppò fino ad una filosofia della causalità secondo cui ogni fenomeno può in definitiva essere spiegato determinandone  sottostanti processi meccanici.»

Anche oggi siamo governati dall’idea che ad ogni azione sia necessariamente legata una reazione ampiamente prevedibile se si conoscono i parametri di riferimento. Questo modo d’intendere la realtà viene comunemente assunto come una regola scientifica. Il fuoco è causa dell’incendio, così come il percuotere le corde di una chitarra producono un suono, oppure, per dato che si parla anche di una filosofia del quotidiano, la promulgazione di un decreto causa il cambiamento della nostra relazione con la società in cui viviamo. Ma dietro questa certezza di tipo causale non c’è alcun fondamento empirico.

Se è vero che ad una certa temperatura l’acqua bollirà è anche vero che esistono diverse variabili che possono comprometterne la certezza fisica, ma nell’ambito di un esperimento scientifico, in cui i parametri sono per definizione stabili e predefiniti, avremo modo di osservare il fenomeno dell’ebollizione con certezza e precisione assoluti. Ma la verità scientifica non è questa, in questo modo stiamo applicando forzosamente una semplificazione causale, e sono stati Einstein, Heisenberg, Bohr e Dirac a dimostrarcelo.

Per Carlo Rovelli la meccanica quantistica è essenzialmente la scoperta di tre aspetti del mondo fenomenico: la Granularità, l’Indeterminismo e la Relazione. Della prima in questo ragionamento non ce ne facciamo niente, ma le altre due sono interessanti per le conseguenze che comportano da un punto di vista molto empirico. Ci serve un’altra citazione di Jonathan B. Marder:

«La parola “Causa” è un po’ strana. A volte la si usa in un senso oggettivo, per indicare una forza regolatrice che sta dietro qualche processo di trasformazione. Oppure, la parola Causa è usata in un senso soggettivo per indicare una aspirazione o una ricerca verso cui la gente può operare. La causalità della scienza si riferisce al significato oggettivo del termine.»

Questa volta viene messo in luce la rigidità del concetto di causa in scienza, idealizzato come spinta primordiale dietro gli eventi, e questa addirittura è una costante oggettiva. Eppure ad oggi dovremmo sapere che la meccanica quantistica disvela impietosamente i limiti empirici di questo tipo di pensiero. Rovelli in merito all’Indeterminismo, che regola le più microscopiche come macroscopiche regole della fisica, scrive:

«Il futuro non è determinato univocamente dal passato. Anche le più rigide fra le regolarità che vediamo sono in realtà solo statistiche.»

Questo non è l’empirismo intellettuale di David Hume che si chiedeva come avremmo reagito se un giorno il sole non dovesse più sorgere, questa è la condizione atomica e subatomica della materia, noi sappiamo che perlopiù certe azioni comportano certe risposte, ma secondo un calcolo probabilistico e non con una certezza assoluta.

Una volta però conseguita questa conoscenza ci ritroviamo di fronte ad problema ancor più grande: i processi causali fanno parte del nostro modo di pensare la realtà e perfino descriverla quotidianamente, con che criterio quindi possiamo riappropriarci di un linguaggio che esprima il reale senza sottintenderne necessariamente una “forza regolatrice” invisibile?

Una soluzione ci viene data da Robert M. Pirsig nel suo saggio-romanzo Lila. La Metafisica della Qualità teorizzata dal filosofo californiano incontra in modo assolutamente armonico gran parte delle terminologie care alla meccanica quantistica, e le usa consapevolmente per sostenere la sua personale impalcatura metafisica. Pirsig arriva a questa soluzione:

«Nella Metafisica della Qualità, “causalità” è un termine metafisico che si può sostituire con “valore”. Dire che “A è la causa di B” e dire che B” attribuisce valore alla condizione preliminare di A” è la stessa cosa. Anziché: “la calamita è la causa del movimento verso di essa della limatura di ferro” si può benissimo dire: “la limatura di ferro attribuisce valore al movimento verso la calamita.” […] L’unica differenza sta nel fatto che la parola “causa” implica certezza assoluta, mentre la parola “valore” rimanda ad una preferenza. Ma nella moderna fisica quantistica non è più così. Le particelle “preferiscono” comportarsi come si comportano. Non sono vincolate in maniera esclusiva a un unico prevedibile comportamento. Quella che ci sembra la causa in senso assoluto è solo uno schema molto costante di scelte comportamentali. Pertanto, se si cancella dal linguaggio scientifico la parola “causa”, sostituendola con la parola “valore”, non solo si elimina un termine privo di significato empirico, ma se ne usa uno più aderente dall’osservazione dei fatti.»

Quella che Pirsig chiama “preferenza” rientra nel terzo aspetto del mondo secondo la meccanica quantistica intuito da Rovelli, ovvero la Relazione: 

«Gli eventi della natura sono sempre interazioni. Tutti gli eventi di un sistema occorrono in relazione ad un altro sistema. […] Le proprietà delle “cose” si manifestano […] solo nel momento dell’interazione, cioè ai bordi del processo, e sono tali solo in relazione ad altre cose, e non possono essere previste in modo univoco, ma solo in modo probabilistico

Pirsig con l’uso della parola “valore” risolve un annoso problema filosofico, sostituisce le ferree regole dei rapporti causali con relazioni di tipo valoriale, riportando la grammatica sia metafisica che scientifica ad una vera relazione con la realtà di tipo probabilistico.

Superando l’esempio della calamita di Pirsig, e portando le conseguenze di questo ragionamento su un piano materiale, invece di affermare che il cinema di Roger Corman ha causato l’avvento della New Hollywood, possiamo sostenere con maggior sollievo logico e minor presunzione assolutistica, che il cinema della New Hollywood ha attribuito valore al cinema di Roger Corman. È una descrizione più attendibile della realtà, perché attribuisce importanza alla funzione ispiratrice di Corman senza assumere che il suo cinema sia l’unica matrice senza la quale non esisterebbero Scorsese, Cimino, De Palma, Coppola ed altri.

Ma c’è un altro problema all’orizzonte, ovvero quello che Rovelli chiama in modo un po’ improvvisato: “cosa”.

«[…] tutte le caratteristiche di un oggetto esistono solo rispetto ad altri oggetti. […] Non sono le cose che possono entrare in relazione, ma sono le relazioni che danno origine alla nozione di “cosa”.»

Ok, tutto molto bello e raffinato, ma cos’è la “cosa”? Sempre Rovelli aggiunge poco dopo:

«”Un oggetto è un processo monotono.” […] Un sasso è un vibrare di quanti che mantiene la sua struttura per un po’, come un’onda marina mantiene un’identità prima di sciogliersi di nuovo nel mare.»

Un oggetto è un processo monotono. Rovelli sembra girare attorno al concetto di “sostanza”, che ricorda la Treccani essere, nelle filosofie dualistiche (leggasi quindi: nella filosofia occidentale) «ciò che permane sotto il mutare apparente delle qualità e dei fenomeni.» La struttura del sasso di prima. 

La causalità è strettamente legata all’esistenza di strutture prevedibili coincidenti quindi con una visione deterministica della realtà, di cui le sostanze fanno ragionevolmente parte. Ma l’Indeterminismo, come abbiamo già visto, non consente questo tipo di lettura. Il problema del sasso di Rovelli è che possiede una “struttura”, ma “solo per un po’”, per cui è come se fosse una sostanza, ma a tempo. 

Pirsig risolve questa matassa logica con due mosse, una molto prevedibile: per quanto sia vero che la sostanza sia una «configurazione stabile di valori inorganici» basta anche questa sostituirla con “valore” per ristabilirne le Relazioni quantistiche. Può sembrare apparentemente un gioco grammaticale,  ma eliminare concetti che non esprimono l’indeterminatezza della realtà aiuta molto nei processi logici di tutti i giorni. In secondo luogo attribuisce due velocità alla Qualità, ovvero al valore in questo specifico caso. Il mondo fenomenico (e metafisico) vengono così governati dalla Relazione tra Qualità dinamica e Qualità statica.

Ok, ora starete pensando: «Che cazzo c’entra adesso la “qualità”? E poi di quale “qualità” stiamo parlando?» Non voglio confondervi le idee per cui andrò dritto al punto, chiaramente semplificando perché questo non è un trattato di metafisica: per il buon Pirsig la Qualità è una roba tipo il Bene platonico, qualcosa a cui tutto tende. Questa indefinibile Qualità si compone di due momenti, uno dinamico e uno statico. La Qualità dinamica è la dimensione pre-intellettuale della realtà e sorgente di tutte le cose, non segue schemi fissi ed è in costante attrito con la Qualità statica. La funzione della Qualità dinamica è quella di apportare un cambiamento valoriale alla Qualità statica, detto in parole povere:

«Dall’esperienza dinamica nascono pensieri statici.»

La Qualità statica è quello che potremmo definire la struttura del sasso, esso viene smosso solamente dalle proprietà dinamiche della realtà quantistica. Pensate a Giovanna D’Arco, la sua battaglia e la sua iconografia hanno avuto una tale influenza da valorizzare un cambiamento della società, lo stesso impatto è stato quello di Van Gogh nella pittura, o del carbonio nel facilitare probabilisticamente interazioni che hanno portato alla vita su questo pianeta. La relazione tra Qualità dinamica e statica è una razionalizzazione metafisica della meccanica quantistica, un metodo pratico di descrivere la realtà alla luce delle sui processi soggiacenti.

Una volta appurato che le relazioni non sono di natura causale ma valoriale, che quindi esiste una Qualità dinamica che non è deterministica ma esiste in funzione ad un attrito con la natura statica delle cose, che poi altro non è che una traduzione filosofica delle reali relazioni che avvengono in natura, possiamo dichiarare conclusa la breve e futile parabola del concetto di causalità nella storia umana, sperando francamente che non ritorni mai più.

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