Categorie
Arte Blog Filosofia Musica Scienza

Perché ci piace la musica?

Avete presente quando ascoltate per la prima volta una canzone e vi sembra la cosa più bella che vi sia mai capitata? Come se tutte quelle precedenti non contassero più di tanto, che quel ritmo, quella melodia, quel suono, appartengono in tutto e per tutto solo a quella nuova canzone. Cos’è che determina questa splendida sensazione di coinvolgimento?

Il problema non è di così facile soluzione. Una grossa branca dell’evoluzionismo è soggetta all’illusione causale (di cui ho già scritto qui), per cui la musica è necessariamente frutto di qualche urgenza ancestrale, una forma adattiva, come per esempio l’utilizzo dei corni di animali per richiamare i maschi del villaggio durante l’attacco di un predatore, oppure l’imitazione delle melodie dei volatili, o magari l’uso di bordoni o ritmi ipnotici per le pratiche sciamaniche, oppure ancora, secondo le teorie antropologiche, melodie confortevoli per riunire le comunità attorno al fuoco. Ma la realtà empirica, quella che dispone del caos attorno a noi, è ben diversa. Se davvero esistessero dei rapporti di causa-effetto che soggiacciono  ad ogni invisibile movimento dell’universo, allora il carbonio non disporrebbe di più di 10 milioni di interazioni diverse, ne sceglierebbe una che produrrebbe l’effetto più adatto alla “sopravvivenza”. Scrive a proposito il fisico Carlo Rovelli

«La meccanica quantistica ci rivela che il mondo più lo si guarda nel dettaglio meno è costante.»

Senza costanza non c’è predizione, senza predizione non c’è rapporto causa-effetto. In generale non tutto quello da cui il nostro cervello trae piacere è necessariamente adattivo, così come non è adattivo collezionare figurine e francobolli, così non lo è andare al cinema o a teatro. Si potrebbe controbattere a questa evidenza con un’altra, ovvero che la musica è un linguaggio universale, e come tale deve avere un riscontro biologico. Ma è davvero così? Provate quotidianamente un innato piacere biologico ad ascoltare la musica tradizionale cinese, o i raga indiani? Però il cervello è lo stesso più o meno per tutti, no?

Lo scienziato inglese Philip Ball in “Istinto musicale” ci dice che tra musicisti e non musicisti esistono delle differenze sostanziali in ambito neurologico. Per esempio, come prevedibile, i musicisti «presentano un maggior sviluppo di parte della corteccia uditiva utilizzata per elaborare l’altezza dei suoni.» Ma ci sono elementi meno intuibili come «la rappresentazione della mano nella corteccia», che nei musicisti che usano le dita è decisamente più grande. Ma questo purtroppo non aggiunge nulla, al massimo accatasta dati su dati che non paiono avere alcuna relazione con il perché proviamo piacere ad ascoltare della musica. Il problema riscontrato da Ball in merito agli studi fatti è l’impossibilità di avvicinarsi alla classificazione di qualsiasi dato empirico. Infatti, nel citare i celebri studi di Eduard Hanslick a cavallo del secolo scorso, Ball nota come sia difficile soltanto trovare una corrispondenza tra una composizione musicale e i sentimenti che essa suscita in modo univoco: 

«Beethoven ai suoi tempi era considerato appassionato rispetto alla fredda eleganza di Mozart, mentre quest’ultimo, a sua volta, un tempo era considerato un compositore dal temperamento ardente rispetto ad Haydn.» 

Come si fa quindi solo a scegliere quale musica fare ascoltare per condurre delle sperimentazioni di carattere vagamente scientifico? A questo si aggiunge un altro e ancora più cervellotico problema, ovvero la presunzione che l’artista abbia effettivamente provato delle emozioni nella scrittura di un suo pezzo. Diceva in merito Pëtr Il’ič Čajkovskij:

«Chi immagina che un artista creativo, attraverso la sua arte, esprima i suoi sentimenti nel momento in cui li prova, commette il più grande degli errori. Le emozioni, gioiose o tristi, si possono esprimere solo retrospettivamente

Insomma, da una prima insulsa domanda ci siamo ritrovati con una montagna di questioni irrisolvibili che hanno la precedenza! In “The Unsanswered Question” il famosissimo compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein prova a fare un salto logico per aggirare la problematica dell’universalità della musica, affermando in pratica che, nelle sue declinazioni particolari la musica evidentemente sviluppa una diversità di dialetti, ma che si rifà comunque ad una grammatica universale. Da ciò si evince che: 

«I mattoni costitutivi di un idioma musicale sono le note del suo repertorio, cioè, grossolanamente, i diversi suoni che uno strumento musicale è progettato per emettere.»

È una gran bella specifica, perché in questo modo distingue la musica dagli altri flussi di suono nel quale siamo costantemente immersi. La musica può creare tensione, paura, gioia, euforia, se costruita in osservanza delle sue regole grammaticali, e questo lo possiamo appurare empiricamente spartito alla mano. Essendo una grammatica di nostra invenzione non è ancestrale, né è una funzione biologia, perché non c’è nulla di adattivo nello scrivere romanzi o suonare la chitarra in spiaggia. Abbiamo, insomma, dei dati scientifici dai quali partire, e sono le note stesse. Steven Pinker scrive nel 1997:

«Nella scala di do maggiore, se il mi è ridotto d’altezza di un semitono, a mi bemolle, formando rispetto al do un intervallo detto terza minore, allora rispetto alla sua controparte maggiore tende a evocare un senso di tristezza, pena o pathos. La settima minore è un’altra «blue note», che evoca una dolce malinconia o cupezza. Altri intervalli provocano sentimenti che sono stati definiti stoico, anelante, bisognoso, dignitoso, disarmonico, trionfale, raccapricciato, incrinato e risoluto. I sentimenti sono evocati sia che le note vengano suonate in successione come parte di una melodia sia che vengano suonate simultaneamente come parte di un accordo o di un’armonia. Le connotazioni emotive degli intervalli musicali non sono realmente universali, perché per avvertirle bisogna avere dimestichezza con un idioma, ma non sono nemmeno arbitrarie.»

Parrebbe insomma che la musica esaudisca bisogni effimeri, così come tutta l’arte, provoca pillole d’emozione che da un linguaggio astratto emanano la stessa intensità delle emozioni reali. Ma rimane irrisolta la questione principale: avete presente quando ascoltate per la prima volta una canzone e vi sembra la cosa più bella che vi sia mai capitata? 

Proviamo ad esaminare la questione nella sua banale dinamica quotidiana. Siete su Spotify oppure avete acceso la radio, in un modo o nell’altro entrate in contatto con una nuova sfavillante canzone che non avevate mai ascoltato prima. Di colpo è come se vi si appannassero tutti gli altri sensi, il vostro corpo comincia a muoversi stimolato dalle pulsazioni delle note, i suoi cambi vi tramortiscono, è quasi come se fosse la prima volta che ascoltate della musica. Adesso siete nel pieno dell’innamoramento e riascoltate lo stesso pezzo più e più volte. La musica non peggiora, ma in modo progressivo perde la sua carica emotiva ad ogni nuovo ascolto. Dopo due mesi ormai è fuori dai vostri ascolti abituali, ma ciò non vi toglierà il gusto di consigliare quel pezzo ai vostri amici. Ma una grammatica può perdere di qualità? Dopo diverse letture “L’idiota” di Dostoevskij diventa un libro noioso? Quei sentimenti retroattivi descritti da Čajkovskij hanno un tempo massimo?

In un mondo governato dalla meccanica quantistica esistono valori dinamici e valori statici. Dicevamo del carbonio all’inizio del post, nessuna forza superiore determina le relazioni del carbonio né esiste una correlazione causa-effetto. Semplicemente, in uno specifico momento nello spazio-tempo, una molecola di carbonio preferisce strutturarsi in uno dei 10 milioni schemi statici disponibili. Esattamente come noi preferiamo in quel dato momento nello spazio-tempo un gelato alla fragola invece di quello al cioccolato, un romanzo giallo ad uno di fantascienza, quella canzone su tutte le altre. È un miglioramento del nostro stato di partenza. Il filosofo americano Robert Pirsig chiama questa relazione Qualità dinamica e Qualità statica, dove la Qualità dinamica rappresenta la tensione della natura ad un miglioramento della sua condizione attuale. Scrive Pirsig: 

«Il primo tipo di “bene”, che vi ha fatto venire voglia di comperare il disco, era Qualità dinamica. La Qualità dinamica è sempre una sorpresa. L’effetto di quella canzone è stato di indebolire momentaneamente i vostri consueti schemi statici, lasciando rifulgere la Qualità dinamica circostante.[…] Il secondo tipo di bene, quello che vi spinge a raccomandare il disco agli amici, anche dopo che il vostro entusiasmo si è smorzato, è Qualità statica. La Qualità statica è ciò che normalmente ci aspettiamo.»

Aggiungo, per facilitare la comprensione, che la Qualità statica è la somma delle esperienze dinamiche. Una volta compresa questa meccanica abbiamo la risposta a tutte le domande che ci siamo posti. Il valore dinamico di una nuova canzone, ovvero la sua capacità di ricollocare i moduli che altro non sono che gli idiomi con cui si forma la grammatica musicale, è ciò che ci fa innamorare di una nuova musica. Questa poi nel tempo diventa esperienza statica, e va a formare il nostro bagaglio di conoscenze. Ma, e questo è importante, il motivo per cui negli anni diventa sempre più difficile lasciarsi impressionare da nuovi pezzi è strettamente legato non al bagaglio statico quanto alla nostra capacità di accogliere il valore dinamico circostante.

Il carbonio non smette di cercare nuovi miglioramenti alla sua condizione solo perché ha trovato la conformazione che gli permette di essere un diamante. Anche il diamante, a livello atomico, è un flusso incostante di relazioni imprevedibili. Nel momento in cui pensiamo che la musica sia conoscenza esauriente di una grammatica ne stiamo enormemente svalutando la potenza evocativa ed artistica. La nostra condizione se si stabilizza del tutto non trova un equilibrio, semplicemente gli si impedisce di cogliere un nuovo miglioramento. Sempre Pirsig:

«L’attività più morale che ci sia è la creazione di uno spazio in cui la vita possa fare uno scatto avanti.»

Se è vero che come società i catenacci statici sono necessari per conservare le conquiste culturali del passato, singolarmente come individui dobbiamo preservare la nostra capacità di acquisire il nuovo. Questo non significa farci piacere ogni cosa, ma bensì sfruttare le conoscenze acquisiste per facilitare la predisposizione ad una nuova e costante meraviglia, ad essere malleabili come il carbonio, con più di 10 milioni di possibilità di miglioramento della nostra condizione esistenziale.

Commenta pure, eh

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.