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I demoni della critica

Pincopanco è uno dei miei siti web preferiti in assoluto, non solo perché tratta di cose strane ma perché lo fa con un taglio enciclopedico, scientifico, con una curiosità che può essere facilmente scambiata per morbosità. Pincopanco è anche una fucina straordinaria di aforismi e provocazioni, tipo: “L’antisnobismo è la fase più avanzata dello snobismo”, oppure battute demenziali come: “Oggi è la giornata di Dante. E Dente deve farsene una ragione.” Ma ieri ne è uscita una che mi ha fatto arrovellare per diverso tempo, in quel modo rumoroso e ruminante che ti isola dal resto del mondo per un po’. 

Per carità, è giusto una boutade, messa così per strappare un sorriso. Però c’è un che di vero, no? Ciò che mi chiedo è: quel che c’è di vero, è così perché è così, o è un pregiudizio? Ci ho pensato sù e quello che ne è venuto fuori è questo:

L’arte è cristallizzazione e grammatica. La critica è catalogazione e traduzione.

Non è molto intuitivo. Però seguitemi, o almeno provateci finché non vi annoia troppo, non credo che sarò capace di metterlo per scritto se non a braccio, abbiate pazienza.

L’arte

Prima di tutto mi interessa farvi capire perché, secondo me, l’arte non ha a che fare con la vita e di conseguenza la critica non ha niente a che vedere con la morte. La vita è mutazione, è caos, l’arte invece è cristallizzazione, ordine. Lo diceva anche uno degli artisti più citati da Pincopanco, ovvero Marcel Duchamp:

L’arte è prodotta da una serie di individui che si esprimono in maniera personale; non è una questione di progresso.

Sì, è evidente cosa intende qui Duchamp per «progresso», ma comunque sempre di evoluzione si parla, e non c’è alcuna tensione nell’arte una volta che è stata esperita. L’arte è il nostro tentativo di aggrapparci a qualcosa di assolutamente astratto e dargli una forma materiale, in modo tale che possa rievocare quell’astrattezza anche in un museo o davanti alla TV. La vita invece è imprevedibile, non segue schemi predefiniti e si dissocia da ogni tentativo di indirizzarla o di categorizzarla. L’arte è una grammatica, segue regole estetiche e necessita di molto tempo per acquisire nuovi linguaggi. La vita non è né bella né brutta, dipende da come vogliamo vederla, dipende da quanto siamo ossessionati dal passato o dal futuro. L’arte invece può essere bella o brutta e pur essendo brutta può essere ancora più bella, ma in generale quello che l’arte è lo è in virtù della sua relazione con la vita. Scriveva John Dewey nel 1934, parlando d’arte:

Non si può che ammirare l’ordine in un mondo costantemente minacciato dal disordine.

Siamo attratti dall’ordine, lo dice anche la scienza. Semir Zeki, Eric R. Kandel, Steven PinkerPatricia S. Churchland, David Eagleman, Antonio Damasio, tutti i più importanti ed influenti neuroscienziati contemporanei hanno archiviato forme, suoni, odori, che provocano una innata piacevolezza che stanno alla base di ogni forma d’arte. La simmetria, i toni minori e maggiori, l’odore delle fragole, ecc. sono le fondamenta di una grammatica che passo dopo passo ha raggiunti enormi livelli di complessità. Leonard Bernstein parlava di «idiomi». Steven Pinker di «demoni» (daemon nel linguaggio informatico). Sono mattoni alla base di un muro linguisticamente stratificato e pieno zeppo di significati e significanti. Però tutto questo non è la vita, semmai è una proiezione artificiale di questa, un’evocazione digitale, che le rassomiglia straordinariamente, ma che è ferma, statica, cristallizzata.

Non è l’arte ad acquisire più significato col tempo, è il nostro sguardo che matura consapevolezza.

La critica

Se l’artista è il creatore di una cristallizzazione, è colui che riesce (in parte) a cogliere l’essenza di un attimo e a metterlo per iscritto, in musica o su un Nft, il critico invece è il catalogatore e il traduttore di quella lingua astrusa composta da «idiomi» e «demoni». 

Il mestiere del critico è il più delle volte dare nomi alle cose morte, parafrasando Giovanni Ortoleva, ma al tempo stesso il critico lavora per il presente (e stavolta cito Luca Tanzini, e voilà, adesso con tutte queste citazioni sembra che ho scritto una roba intellettuale!), si fa carico delle sue urgenze e prova a mettere ordine, di nuovo, nel disordine. La differenza d’approccio tra artista e critico è notevole. L’artista mette ordine nell’ambito delle emozioni, il critico mette ordine nell’ambito delle grammatiche. 

Il mestiere del critico che vive fortemente l’urgenza del presente, è un tipo sempre in corsa, rantolante ogni volta che mette una nuova etichetta o aggiunge una nuova sotto-categoria. Cataloga, archivia, contestualizza, dà un nome a cose che altrimenti si perderebbero nel mare della produzione artistica. Tu sei pop, tu sei rock, tu sei iperrealista, tu sei post-moderno, tu sei interessante, tu no. La critica può anche degenerare, ma il suo scopo ultimo è il giudizio, è c’è un motivo se giudichiamo l’arte: non tutta l’arte è arte.

Certo, ogni cosa è arte se fatta in un qual certo modo. Di nuovo John Dewey:

Il meccanico intelligente preso dalla sua opera, interessato a far bene e a trovare soddisfazione nel suo lavoro manuale, che si prende cura con vera passione dei suoi materiali e dei suoi strumenti, è impegnato in un’attività artistica. La differenza tra un lavoratore di tal genere e un pasticcione inetto e negligente è grande nella bottega di un artigiano così come nello studio di un artista. Spesso il prodotto non può sollecitare il senso estetico di chi usa il prodotto. Ma spesso non per colpa del lavoratore, bensì delle condizioni del mercato per il quale il prodotto è stato progettato. Se ci fossero condizioni e opportunità differenti, si produrrebbero cose tanto significative per l’occhio quanto lo erano quelle prodotte da artigiani di epoche precedenti.

Però qui si rischia di uscire fuori dall’argomento, perché entriamo nella questione della morale nell’arte, di cui ho già ampiamente scritto, e non ha senso ripetermi. Piuttosto ha senso adesso chiedersi: ma una critica che “traduce l’arte” non è forse un’ammissione di sconfitta per l’universalità del messaggio artistico? Certo, ma non esiste nessuna arte universale, perché non è l’arte ad essere universale, ma il contesto da cui essa attinge che tende all’universalità.

Universalizzazione

Se siete rimasti interdetti dall’ultimo paragrafo è perché probabilmente invece di approfondire seguo un flusso di pensieri che è cominciato un po’ prima di iniziare a scrivere queste righe. Per cui adesso riformulerò. L’arte non è universale. Fate ascoltare un raga ad un ragazzo italiano di 14 anni, oppure mostrate una pittura coreana del periodo Goguryeo ad un popolano olandese del 1400. Provate a tradurre Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo senza perdere o trasformare i giochi di parole, l’umorismo e i riferimenti politici, letterari e sociali, lasciandone perfettamente intatto ogni singolo messaggio. L’arte non è universale. Ma lo può diventare.

Nella Firenze tra ‘400 e ‘500 si è assistito a diverse rivoluzioni idiomatiche. Paolo Uccello aveva fatto della prospettiva una forma d’espressione invece che di realismo, per Donatello il tutto tondo era sinonimo di libertà e indipendenza, per Michelangelo ciò che era non-finito in realtà semplicemente era tutto quello che serviva per comprendere a-pieno, senza soffermarsi in inutili dettagli che però i suoi allievi, i manieristi, tanto amavano. In quel periodo un critico/artista come il Vasari non aveva problemi a passare dal disegno scientifico di Da Vinci a quello morbido ed elastico del Pontormo. Vedeva una storia percorrere Giotto e attraversare Masaccio e Botticelli. Firenze era un mondo di riferimenti coesi e conosciuti, dove Platone portato da Cosimo I ispira tutte le botteghe e gli intellettuali, dove la politica entrava nei trittici e invadeva i portici di complessi statuari. In questo caso Firenze è il contesto che permette all’arte di sperimentare nei linguaggi.

Per ridere di una vignetta satirica a sfondo politico devo conoscere la politica, i suoi protagonisti, la loro gerarchia, i ruoli e gli stereotipi che si portano dietro. Così per comprendere appieno un romanzo di Elsa Morante non posso soffermarmi sulla vicenda umana. Certo, questa mi dice molto ed esprime tantissimo anche oggi, ma ci sfuggono dettagli che sono tutto tranne che secondari. Allo stesso modo oggi possiamo ammirare i magnifici affreschi di Piero della Francesca, ma senza comprendere i messaggi politici soggiacenti, perché non viviamo più nel contesto in cui quei simboli avevano significato. Perché la vaporwave ha avuto così tanto successo? Perché il suo riferimento era la musica occidentale degli anni ’80 (popolarissima in tutto il mondo con le radio private) e la Televisione, con gli anime giapponesi e i loro colori deformati e desaturizzati dalla TV, è una conoscenza trasversale che accumuna i ragazzi italiani con quelli australiani, coreani e cinesi.

Quando tutti avremo lo stesso contesto dal quale attingere allora l’arte sarà davvero universale. Sempre che questo sia possibile. Fino ad allora e anche dopo la critica sarà necessaria per tradurre la stratificazione di immagini, simboli, segni e rimandi, per far sì che quella opera sia compresa anche quando quelle immagini, simboli, segni e rimandi parleranno un’altra lingua, aliena alla nuova vita.

Chiusura

Spero di non aver scritto troppe banalità, ma ci tenevo a che si riflettesse un attimo sul ruolo dell’arte e della critica fuori da certi pregiudizi di settore. Entrambe sono esaltazione della vita ma non in quanto tale, ma nella sua proiezione più statica possibile. Le cose «morte» a cui il critico dà un nome non sono mai state «vive», sono artefatti che eludono la morte imitando la vita, e che sono costrette a rappresentare un istante per tutta la loro esistenza senza la possibilità di rievocarlo totalmente, di esaurirne la carica emotiva. Per questo continuiamo a scrivere canzoni d’amore, per questo continuiamo a scolpire donne e uomini, per questo raccontiamo le stesse storie ma in modo diverso, perché la vita muta più velocemente di quanto noi riusciamo a raccontarla, anche oggi, immersi nello stream(ing) of consciousness delle nuvole digitali.

Per farla breve: arte e critica parlano di vita per non pensare alla morte.

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